Psicomotricità

PSICOMOTRICITA’

La psicomotricità è una terapia specifica basata sulla relazione tra paziente e terapeuta che si realizza attraverso l’interazione corporea in cui si ritrova la dimensione affettiva, cognitiva e motoria del fare, ma, soprattutto, il piacere di fare ed il desiderio di essere nel fare, di essere cioè Soggetto di relazione anziché oggetto di cure e manipolazioni.

E’ espressione delle proprie energie e desideri visti come possibilità di investimento emotivo ed affettivo del sé. L’importanza delle terapia psicomotoria sta nell’aiutare la persona a ritrovare la propria identità al di la di là del disagio o della disabilità al massimo della propria potenzialità, di potersi riappropriare di parti del sé come soggetto dell’esperienza e non più come oggetto delle cure dell’altro. Rapportarsi con il proprio corpo permette di riprendere gradualmente ad interagire più efficacemente con la realtà esterna a partire da un corpo percepito come delimitato da confini che permettono di riconoscersi e di individuare e conoscere l’altro da sé.

Gli obiettivi principali che la psicomotricità si pone spaziano dal facilitare la comunicazione ed il confronto interpersonale al promuovere l’investimento emotivo ed affettivo di sé attraverso la relazione e l’integrazione con l’ambiente. Il setting in questo caso parte dalla possibilità di interazione del paziente, considerando la persona nella sua globalità bio-psico-sociale, cercando di attivare il desiderio di agire e di comunicare attraverso la strutturazione di una situazione in cui si dà precedenza al fare, alla espressività corporea e al suo significato, al “sentire” piuttosto che al dire. Non parte dal sintomo ma dalla persona con la sua storia, dalla originalità di ogni singolo individuo, si favorisce così un cambiamento nel modo di percepirsi, sentirsi, riconoscersi e conseguentemente nel modo di rapporttarsi all’altro e alla realtà.     Questi interventi mirano a stimolare in maniera globale la persona, nel rispetto dei suoi vissuti, nel dare la possibilità di sperimentare in maniera globale anche l’ambiente che le circonda, nel ricostruire, quanto possibile, la vita di relazione nella continua ricerca di congruenza  all’ambiente circostante.

Kinesiterapia

KINESITERAPIA

Uno degli aspetti più affascinanti del mondo della riabilitazione sono le sue molteplici sfumature, tante quanti sono i volti della salute di un individuo. Uno di questi è certamente quello motorio, di cui si occupa la fisioterapia. L’importanza di prendersene cura sta nella sua stretta dipendenza con l’autonomia individuale e, di conseguenza, con il benessere di tipo psicologico e sociale. In ciò risiede il comune obiettivo ultimo dei singoli programmi terapeutici assistenziali, poi individualmente personalizzati e rapportati alla sfera personale. Stilare dei micro-obiettivi rappresenta il tracciato da intraprendere, ed essi vengono fatti su misura, prendendo consapevolezza di quelli che sono i limiti, ma soprattutto le potenzialità di ciascuno da accrescere.

La seduta fisioterapica è organizzata in modo tale che a ciascuno possa essere riservato un adeguato tempo giornaliero (dai 20 ai 30 minuti in media) e la giusta attenzione e partecipazione da parte dell’operatore, preferendo così il rapporto 1:1. Questo, però, non esula dall’alternare a tale modalità anche quella più interattiva, coinvolgendo, quando richiesto dalle attività, il coinvolgimento e la motivazione dei compagni.

Gli obiettivi a breve, medio e lungo termine, come già detto, sono strettamente personali. Questo vuol dire che l’indipendenza individuale possa richiedere, come prerequisito al suo raggiungimento, il superamento di disfunzioni fisiche, strettamente connesse con le patologie presenti. Ecco che rigidità e spasticità, debolezza muscolare, problemi di equilibrio, asimmetrie o alterazioni scheletriche, disprassie motorie e tanto altro, fanno sì che l’approccio da parte dell’operatore sia volto alla risoluzione di problematiche ortopediche e neurologiche. Si tiene in conto, d’altronde, del grado di partecipazione che l’assistito può offrire nell’incontro terapeutico, portando così all’alternanza di mobilizzazioni ed esercitazioni passive (quando minima-Foto 1), oppure attive e assistite (quando massima- Foto 2),

Foto 1. La mobilizzazione passiva ritorna utile nell’ostacolare le alterazioni del tono muscolare, che a loro volta inducono ad importanti limitazioni del movimento.

Foto 2. La mobilizzazione attiva e attiva-assistita aiuta a migliorare il movimento e le sue applicazioni funzionali, come il cammino e le sue caratteristiche (ad esempio la lunghezza e l’altezza del passo).

La stessa autonomia dell’assistito va considerata nella sua eterogeneità, in quanto questa può adattarsi ad una capacità deambulatoria ottimale, così come alla totale o parziale incapacità e a, quindi, il bisogno di ausili. La stessa dotazione di un ausilio, che siano bastoni canadesi, carrozzina o altro, richiede una particolare attenzione in termini di corretto assetto posturale, cosa che rappresenta il punto di partenza per tutti gli altri obiettivi. Si cerca, quindi, di correggere, specie in fase di sviluppo, le asimmetrie e soprattutto la consapevolezza delle proprie simmetrie (Foto 3 e Foto 4).

Foto 3. Esempio di stretching e correzione posturale del sistema rachide-cingoli alla spalliera.

Foto 4. Si cerca di stimolare la propriocezione al fine di agevolare la consapevolezza nel corpo nello spazio.

È importante, inoltre, sottolineare che il grado di indipendenza individuale è strettamente interconnesso con quello di dipendenza dal caregiver o familiare che sia. Ciò significa che ogni, anche piccolo, passo in avanti sulla strada dell’autonomia, genera per le figure assistenziali un risparmio di energie, canalizzabili in altro, in un continuo percorso di superamento e miglioramento condiviso. Si costruiscono, così, strategie di partecipazione parziale (Foto 5 e 6) e massimale (Foto 7) ai passaggi posturali e alle attività della vita quotidiana. Tra gli obiettivi si riscontra quello di superare anche la dipendenza psicologica dagli altri, di pari passo alla fisica. È così che, tra le più invalidanti, la paura di cadere va contrastata con l’esplorazione dello spazio e delle sue risorse e con la costruzione delle opportune strategie di recupero (Foto 8).

Foto 5 e 6. Esempio di passaggio dalla posizione supina al decubito laterale a letto tramite il rotolamento, con aiuto parziale.

Foto 7. Esempio di passaggio letto-carrozzina in totale autonomia.

Foto 8. Si riproduce, in condizioni di sicurezza, la circostanza della perdita di equilibrio e della caduta, affinché l’assistito si trovi pronto a prevenire o contrastare l’evento reale.

Le sedute vengono svolte in differenti posizioni, in clinostatismo (con l’aiuto del lettino Bobath – Foto 9- e di tappetini), in posizione seduta- Foto 10, e in ortostatismo (con l’agevolazione delle spalliere- Foto 11- o di stimolatori visivi- Foto 12). Questo perché ogni posizione nello spazio offre la possibilità di educare ed allenare potenzialità peculiari.

Foto 9. Opportune manovre di mobilizzazione passiva e attiva permettono, in clinostatismo, di rieducare il corretto allineamento capo-tronco, indispensabile per tutte attività quotidiane.

Foto 10. L’equilibrio del tronco, senza alcun supporto, è il prerequisito per l’indipendenza di attività basilari (come mangiare e lavarsi), così come delle ludiche.

Foto 11. Esempio di verticalizzazione in condizione di sicurezza, grazie al supporto anteriore della spalliera.